Versione testuale

PUNIZIONI E PREMI: COME NON CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA MORALE DI UN ESSERE UMANO (parte I)

articolonews

di Ilaria Emiliano, psicologa.

“Chi punisce arreca una sofferenza perché se ne tragga un insegnamento.”

In uno studio (Sears et al., 1957) si ebbe conferma che le punizioni si dimostravano un metodo inefficace nel lungo periodo per la rimozione del comportamento al quale veniva rivolto. Studi più recenti e organizzati hanno rafforzato tali conclusioni, rivelando come i genitori che puniscono i figli per aver infranto le regole a casa si ritrovavano spesso con figli che hanno una forte tendenza a infrangere le regole fuori casa. In seguito, un gran numero di studi ha dimostrato gli effetti devastanti delle punizioni corporali che addirittura aumentano l’aggressività del bambino e non risulta neanche chiaro se di fatto ottengano un’obbedienza temporanea. La lezione che imparano i figli se subiscono punizioni, corporali e non, è che “usando la forza si può averla vinta su chi è più debole”.

Anche spiegando anticipatamente a nostro figlio che se farà una certa cosa noi lo puniremo, non avremo fatto altro che minacciarlo, informandolo in anticipo della sofferenza che intendiamo arrecargli se non obbedirà. Così inviamo un messaggio di sfiducia “io non credo che sarai in grado di fare la cosa giusta senza il timore di una punizione”. Questo induce il bambino a credersi capace di obbedire solo per ragioni estrinseche, accentuandone il senso di impotenza e diminuendone l’autostima.

 

Un altro tipo di punizione “light” è l’inazione, cioè rifiutare di prestare loro aiuto, ad esempio se il bambino fa tardi per cena non farlo mangiare o se dimentica il giubbotto a scuola il giorno dopo mandarlo senza. In pratica, per insegnare loro ad essere più puntuali o meno sbadati, non agiamo. Così facendo, arriverà la lezione “i miei genitori avrebbero potuto venirmi incontro ma non l’hanno fatto”. Il bambino resta deluso due volte, una per il fatto spiacevole e l’altra perché il genitore non ha mostrato particolare interesse per lui.

Una delle caratteristiche più significative delle punizioni è che innescano un circolo vizioso simile a quello provocato dalla negazione dell’amore o dal rinforzo positivo. Nonostante le volte in cui un intervento punitivo finisce per non arrecare alcun miglioramento (anzi spesso peggiora le cose), pensiamo che l’unica soluzione sia tornare a punire. Alcune ricerche dimostrano che le conseguenze più gravi non siano imputabili all’intervento iniziale del genitore (la sgridata) quanto all’uso della punizione dopo che il bambino non ha obbedito. È l’uso reattivo della punizione dopo lo scontro a risultare più pericoloso. Per tale motivo bisogna astenersi dal punire quando noi adulti siamo più arrabbiati o frustrati. Ancora più pericoloso è il circolo vizioso che si instaura nel tempo con le continue punizioni che minano il rapporto genitore-figlio e che rischiano di trasformare il bambino in un adolescente ribelle, magari aggressivo e a lungo termine un adulto dal difficile equilibrio psicologico.

In sintesi, perché le punizioni risultano inefficaci? Avanziamo delle ipotesi:

  • esasperano: scatenano la rabbia del destinatario, con risvolti dolorosi e aumentandone la sua percezione di impotenza;
  • propongono l’uso della forza come modello: il più forte ha ragione e allo stesso tempo “offrono un modello per sfogare la propria ostilità verso l’esterno”;
  • a lungo andare perdono efficacia: col tempo diventa sempre più difficile trovare punizioni sufficientemente sgradevoli per il bambino, c’è il rischio che una volta scemato il potere del genitore (cosa che prima o poi accade) non c’è più nulla a cui aggrapparsi e così rischiamo davvero di “perdere” i nostri figli. Thomas Gordon afferma: “l’inevitabile risultato dell’uso sistematico della forza per esercitare il controllo sui figli ancora piccoli è quello di non imparare mai ad essere influenti”, quindi maggiore è il ricorso alle punizioni, minore sarà l’effettiva influenza sulle loro vite;
  • deteriorano la relazione con i figli: i genitori diventano gli inquisitori, viene minata alla base la fiducia che i figli hanno in noi e inizieranno a non sentirsi più tanto al sicuro, perché ci vedranno come coloro che, a volte, si prendono cura di loro e, altre volte, diventano i loro stessi carnefici e allora il loro pensiero potrà essere “meglio starsene alla larga”;
  • allontanano i bambini dalle conquiste importanti: rimanere in camera chiuso come punizione non aiuterà a riflettere sull’azione compiuta, al contrario il bambino rifletterà sulla meschinità dei genitori, su come vendicarsi o su come evitare la punizione la prossima volta, inventando nuove strategie per farla franca. Ad esempio, dire frasi come “non farti beccare più a fare una cosa simile” diventa un ottimo incentivo a mentire;
  • aumenta l’egocentrismo del bambino: l’attenzione del bambino resta fissa sulle conseguenze personali dell’infrazione a una regola dell’adulto, egli si domanda “gli adulti cosa vogliono che io faccia e cosa mi faranno se disobbedisco?”. Idem con i premi “Cosa vogliono che io faccia e cosa riceverò se lo faccio?”. Entrambe le domande sono legate all’interesse personale e sono distanti da quanto desidereremmo, al contrario, che i nostri figli si chiedessero “Che tipo di persona vorrei diventare?”.

Le punizioni, dunque, interferiscono sulla crescita morale del bambino, più ricorriamo alle punizioni o ai premi, meno i nostri figli si interrogheranno sulle conseguenze delle loro azioni per gli altri, al contrario è facile che mettano in atto la valutazione costi-benefici, soppesando il rischio di essere scoperti e puniti con i vantaggi di fare quello che non dovrebbero. Questo chiaramente non significa non mettere loro regole e limiti che sono fondamentali per una crescita sana, ma le punizioni sono un’altra cosa.

In conclusione, la punizione non è efficace a migliorare, a lungo termine, il comportamento generale di una persona. Sappiamo tutti che il carcere in sé non corregge realmente le condotta di una persona, i veri cambiamenti nei detenuti avvengono solo quando questi individui vengono coinvolti in nuove attività in cui possono rimettersi alla prova, reinventarsi e imparare una nuova modalità di stare al mondo.

Da parte nostra, noi adulti dobbiamo fare la nostra parte, dare istruzioni su cosa fare e cosa non fare correttamente, parlare con educazione, anche e soprattutto, ai nostri figli. I bambini non vogliono disubbidire, perché obbedire è molto più facile che comandare, ma non sempre è facile obbedire se l’ordine non è formulato chiaramente. Quando i bambini fanno davanti a noi qualcosa che noi chiediamo di non fare stanno cercando informazioni per ubbidire meglio. Tutte le prove servono a comprendere qual è l’ordine preciso impartito e serve tempo per capire l’ordine giusto! Il bambino sta testando i limiti per fare quello che vorrebbe fare! Il compito dell’adulto è proteggere il bambino dal pericolo. Il bambino ha bisogno di fare la sua esperienza di vita, non vuole fare capricci o disubbidire mentre, a volte, alcune regole danneggiano e non permettono al bambino di fare tale esperienza. (dott. C. Gonzalez, pediatra)  

È necessario ritessere quei fili che quando eravamo bambini non sono stati tessuti. La genitorialità è un processo riparativo di ritessitura delle nostre ferite infantili, un lavoro di riparazione. (dott.ssa G. Falcicchio, pedagogista)

I figli sono una palestra, la più dura. Quando un figlio fa qualcosa che noi non avremmo voluto facesse chiediamoci “perché?”, guardiamo oltre il comportamento, sforziamoci di tornare all’origine e cerchiamo, insieme con loro, di ripartire dalle radici. E ricordiamoci sempre che i bambini imparano soprattutto da quello che vedono fare agli adulti, non da quello che viene detto loro.

FONTI: Alfie Kohn, Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni a quella dell’amore e della ragione, Edizioni Il leone verde, 2010.

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