Versione testuale

PUNIZIONI E PREMI: COME NON CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA MORALE DI UN ESSERE UMANO (parte II)

immginearticolodi Ilaria Emiliano, psicologa.

Insieme alle punizioni, il secondo metodo educativo legato al principio dell’“amore condizionato” (concetto che può essere riassunto nella frase “io ti amo per quello che fai, non per quello che sei”) è il rinforzo positivo cioè i premi, metodo che gode di popolarità tra genitori, insegnanti e operatori che lavorano con i bambini.

Nella nostra società, al lavoro, a scuola e in famiglia esistono essenzialmente due sistemi per far sì che chi ha più potere riesca a ottenere l’obbedienza di chi ne ha meno. Il primo è punire la disobbedienza, il secondo è premiare l’obbedienza. Il premio può essere in denaro o sotto forma di privilegio, una stelletta d’oro, una caramella o una figurina, ma anche la lode a scuola. Per comprendere bene il significato della parola “bravo!” per i nostri figli è bene comprendere l’intera filosofia del bastone e della carota che ad esso sottende.

In moltissime ricerche scientifiche, i premi si sono dimostrati del tutto inefficaci nell’ottenimento di migliori risultati a scuola e nel lavoro. Gli studi dimostrano che i bambini, come gli adulti, hanno una minor riuscita nelle attività loro proposte quando viene loro offerta la prospettiva di un premio per lo svolgimento o il buono svolgimento di un compito. I ricercatori che per primi hanno ottenuto tali risultati rimasero spiazzati: erano convinti che qualsiasi tipo di incentivo al raggiungimento dei traguardi più alti sarebbe stata un’ulteriore spinta a fare meglio. In realtà, i dati continuavano a dimostrare il contrario: ad esempio, a parità di condizioni, gli studenti tendevano ad apprendere in modo più efficace quando non vi era la prospettiva di un “ottimo”, cioè quando in classe la resa degli studenti non veniva classificata con voti e giudizi.

E se ci concentrassimo di più sui comportamenti e le qualità che sui risultati? Saremmo costretti a riconoscere che i premi, al pari delle punizioni, spesso permettono di ottenere un’obbedienza provvisoria. Se vi fossero offerti dei soldi per togliervi le scarpe voi accettereste di buon grado e potremmo affermare che i premi funzionano. Tuttavia, né i premi né le punizioni saranno mai in grado di favorire lo sviluppo dell’impegno verso un determinato compito o una determinata azione, cioè lo sviluppo della motivazione a svolgere un determinato compito anche in assenza di ricompense.

Esperimento dopo esperimento, si è giunti a dimostrare che i premi non solo risultano inefficaci, ma spesso persino controproducenti. Si è osservato, infatti, come i bambini premiati per aver fatto una buona azione, difficilmente, si ritengano persone buone ma, anzi, tendano ad attribuire il proprio comportamento alla ricompensa. Quindi, senza dolcetti in cambio, è molto probabile che siano meno collaborativi di quei bambini a cui non è mai stato promesso alcun premio, addirittura saranno meno collaborativi di quanto non lo siano di natura, poiché hanno imparato che il motivo per cui andare incontro al prossimo è essere premiati.

Il premio diminuisce la qualità morale dell’atto a cui è legato. Mi spiego meglio: se io genitore credo che tu figlio non farai quella cosa che ti sto chiedendo di fare e ti offro un premio affinché tu la faccia, sto mettendo in dubbio la tua capacità morale di discernimento. Mentre se io genitore credo che tu farai quello che ti sto chiedendo e non ti offro un premio, dimostro di fidarmi di te perché sono certo che tu farai comunque quella cosa senza premio. Qui il tema è la fiducia nei nostri figli e in ciò che sono.

In poche parole, promettere a un bambino la “caramella” perché si comporti come vogliamo noi risulta quasi sempre controproducente, non perché gli abbiamo dato la caramella sbagliata o perché non lo abbiamo fatto al momento giusto, ma perché è l’idea stessa di voler cambiare le persone premiandole (o punendole) a essere sbagliata. Può succedere, a volte, da parte di noi genitori, di sentirsi vagamente a disagio nel premiare un figlio, ma non riusciamo ad individuare la fonte del disagio e la spiegazione sta nel concetto appena espresso.

Sappiamo che esiste una cosa chiamata “motivazione” e che se ne può avere molta, poca o per nulla. Chiaramente ci auguriamo che i nostri figli ne posseggano tantissima, noi li vorremmo motivatissimi, ad esempio nel fare i compiti o nel comportarsi responsabilmente. Tuttavia, il problema è che esistono vari tipi di motivazione: intrinseca ed estrinseca. Quella intrinseca è quella per cui l’amore per quello che si fa è fine a se stesso. Quella estrinseca è quella, al contrario, per cui quello che si fa ha un altro fine, cioè ottenere un premio o evitare una punizione. C’è differenza tra leggere un libro perché si desidera scoprire cosa accadrà dopo e leggerlo perché ci è stata promesso un regalino. Il punto non è solo riconoscere che la motivazione estrinseca è diversa dall’intrinseca e che la prima è inferiore alla seconda in quanto a forza e intensità. È necessario comprendere che la motivazione estrinseca rischia di corrodere la motivazione intrinseca: aumentando la prima, diminuisce la seconda. Più si viene premiati per fare qualcosa, più diventa facile perdere interesse in quello che si deve fare per ottenere il premio. A conferma di ciò sono stati effettuati molti studi su individui di età e culture diverse, a cui sono stati proposti compiti e premi diversi, tutti hanno confermato tale teoria.

Dunque, non bisogna stupirsi se i bambini premiati per rendersi disponibili non saranno più tanto disponibili quando non ci saranno più premi. Offrite a un bambino una bevanda che non conosce: quelli a cui si promette una ricompensa per berla tutta, la settimana successiva la troveranno meno buona di quei bambini che l’avranno bevuta senza la promessa di una ricompensa. Oppure pagate un bambino perché risolva un enigma e lo vedrete smettere non appena si interrompe l’esperimento, mentre chi non ha ricevuto soldi continuerà per tutto il tempo che ne avrà voglia.

Inoltre, spesso come premi usiamo cose “cattive” come mangiare qualcosa che fa male, vedere la televisione o far giocare con tablet o cellulare. In questa maniera inviamo messaggi ambivalenti ai nostri figli, cioè gli permettiamo di fare qualcosa che forse in una situazione diversa tenderemmo ad evitare o limitare. E allora, se proprio vogliamo dare un premio, cosa è meglio dare? Sempre cose buone? Il premio migliore e più efficace a stimolare realmente la condotta è quello “indifferente” (né buono né cattivo) e, soprattutto, inaspettato. In definitiva, bisogna fare con i nostri figli ciò che è ragionevole per aiutarli e non utilizzare una sottile manipolazione per ottenere risultati da loro, altrimenti li renderemo sempre dipendenti da questo.

Morale della favola: non importa “quanto” siano motivati i nostri figli nelle cose che fanno, in realtà, la domanda da porsi è “come” siano motivati. Non è la quantità di motivazione a essere determinante, ma il tipo. Quella generata dai premi ha spesso l’effetto di ridurre la forma di motivazione che desidereremmo che loro avessero: un genuino interesse che perduri oltre la fine della ricompensa.

Per concludere, desidero ribadire un concetto importante.

L’amore si distingue in “amore condizionato” e “amore incondizionato”.

Quello condizionato dipende da ciò che l’altro fa, nella fattispecie parlando dei nostri figli: li amiamo solo quando loro sono come noi ci aspettiamo che siano e, in questo caso, i bambini dovranno conquistarsi il nostro amore attraverso un comportamento da noi considerato consono o adeguandosi ai nostri standard.

L’amore incondizionato è quella forma di amore che non dipende da come l’altro si comporta, dalla sua riuscita, dall’educazione o da altro, ma secondo cui io amo l’altro semplicemente per ciò che è. Nello specifico, con i nostri figli, è certamente necessario comunicare il proprio disaccordo su un’eventuale azione commessa e far comprenderne il motivo, ma senza mai mettere in dubbio il nostro amore per loro.

Crescere un figlio secondo l’amore condizionato contribuirà alla formazione di un “falso sé” da parte del bambino, il quale negherà la sua natura per diventare quello che noi genitori ci aspettiamo che egli sia.

Al contrario, crescere un figlio secondo il principio dell’amore incondizionato gli permetterà di sviluppare una profonda autostima e fiducia in se stesso.

FONTI: Alfie Kohn, Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni a quella dell’amore e della ragione, Edizioni Il leone verde, 2010.

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