Versione testuale

La rivoluzione dell'ICF

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Una approfondita riflessione rispetto al linguaggio: una forma che è sostanza. Questa volta dal punto di vista medico, grazie a Stefano D'Angela.

È il 22 maggio 2001, quando l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel corso della sua cinquantaquattresima Assemblea, approva definitivamente lo strumento della Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. Anglicisti e anglofili come siamo un po’ tutti (non sempre giustificatamente), lo conosciamo meglio come International Classification of Functioning (ICF). Ben ventuno anni erano serviti a revisionare e soppiantare la desueta Classificazione Internazionale delle Menomazioni e degli Handicap (ICIDH), che rispondeva ai vecchi criteri di discriminazione della persona 'portatrice di handicap’, vista come un problema personale, un deficit strutturale, non addebitabile se non all'individuo stesso.

L'handicap, come fino ad allora si definiva senza alcuna terminologia attenuativa, era misurabile, spesso protesizzabile, risarcibile con istituti economici, accoglibile con atteggiamenti solidaristici (quando non proprio pietistici), ma non ancora lo si vedeva da un altro punto di vista, quello del rapporto tra individuo e ambiente sociale. Ecco la rivoluzione: con L'ICF il problema è dell'ambiente, non della persona! Una scala priva di un parallelo piano inclinato ha un deficit! Un semaforo pedonale senza abbinamento luci-suoni ha un deficit! Una toilette senza maniglie ha un deficit! E via dicendo. Il mondo scopre di non essere capace di offrire a tutti gli individui pari opzioni, di fornire gli stessi servizi a tutti gli aventi diritto. Si introduce il concetto di 'funzionamento', con il quale si intende finalmente la misura in cui ciascuna persona, nella sua unicità, riesce a disporre di ciò che la vita le offre, negli ambienti domestici come in quelli esterni, nell'attività più semplici della quotidianità come in quelle lavorative, nel rapportarsi agli altri individui o ad intere città. Con il tipico linguaggio comportamentale, non già quello di uno psicanalista lacaniano, ogni possibile difficoltà di funzionamento viene prevista e codificata, in modo da rendere inequivocabile la sua comunicazione tra le persone, i loro familiari, gli operatori socio-sanitari, gli ingegneri civili, gli urbanisti, i tecnologi dell'informazione. Diventa così più facile progettare la soluzione della difficoltà di funzionamento, o rimuovere la barriera, o integrare lo strumento che ha prodotto quella difficoltà.

Il termine ‘handicap’ lascia definitivamente il posto a quello di ‘disabilità’ o alla divertente formula della diversabilità (divertente ma biasimevole, a parere di chi scrive, perché reintroducente il concetto della diversità, così tanto faticosamente superato). La disabilità viene interpretata come esperienza umana universale, che qualsiasi individuo può trovarsi a vivere nel corso della sua esistenza. In termini più medicalistici, è una condizione di salute all’interno di un ambiente sfavorevole, che va imputata all’ambiente stesso e non alla persona che si trova, senza averlo scelto né determinato, in tale condizione.

A distanza di vent’anni, l’ICF conserva la sua carica rivoluzionaria e innovativa, tanto da essere stato introdotto solo nell’ultimo quinquennio nei protocolli dell’integrazione scolastica, ad esempio; ma è destinato a diventare lo strumento elettivo per qualsiasi valutazione voglia essere effettuata ai fini della più ampia e antidiscriminatoria inclusione sociale.

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