Versione testuale

LA STORIA DELL’ELEFANTINO INCATENATO

Una interessante riflessione sul delicato mondo dei bambini con disturbi dell’apprendimento di Ilaria Emiliano, mamma e psicologa.

La storia dell’elefante incatenato di Jorge Bucay racconta di un bambino il quale si domandava perché, fuori dal circo, ci fosse un grande elefante incatenato ad 

uomo elefanteun piccolo palo di legno conficcato nel terreno a pochi centimetri di profondità.

L’animale sarebbe stato in grado di sradicare un grande albero, dunque avrebbe potuto liberarsi facilmente da quel paletto e scappare, ma perché non lo faceva? Passò molto tempo prima che un saggio gli desse una risposta convincente: “L’elefante del circo non fugge perché è legato a un paletto simile da quando era molto piccolo”. L’elefante, appena nato, legato a un paletto sicuramente tirava disperatamente cercando di liberarsi, ma quando terminava la giornata doveva essere esausto, perché quel palo era molto più forte di lui. Per molti giorni avrà riprovato ma senza risultato, fino a quando accettò la sua impotenza e si rassegnò al suo destino. Da allora l’elefante aveva impresso il ricordo della sua impotenza, non mise mai più in dubbio quel ricordo e non tornò più a mettere alla prova la sua forza.

Questa storia spiega benissimo cos’è l’impotenza appresa: è un modello di comportamento che implica una risposta disadattiva dell’individuo nell’affrontare determinate situazioni; è, in pratica, un atteggiamento passivo di fronte agli ostacoli. Questa teoria psicologica ci spiega il motivo per cui alcune persone, poste continuamente in condizioni di frustrazione per i ripetuti insuccessi nelle proprie azioni, sviluppano la convinzione di non potere intervenire, in alcun modo, per controllare e modificare tali condizioni, nemmeno quando sarebbero oggettivamente in grado di poterlo fare.

Si tratta dello stesso atteggiamento rinunciatario che si osserva in bambini e ragazzi che hanno vissuto ripetuti insuccessi scolastici. Il senso di frustrazione, la rabbia, la tristezza, la convinzione di non essere capaci diventa pessimismo cronico fino a stabilizzarsi in uno stile comportamentale rinunciatario. Il bambino con difficoltà di apprendimento scolastico smetterà di combattere e di sperimentarsi, non vorrà più provare a leggere, a scrivere, a studiare e ciò porterà inevitabilmente a confermare la sua inadeguatezza. Magari non metterà più impegno anche in altre attività extrascolastiche, perché il suo senso di impotenza è diventato pervasivo. Intanto egli continuerà a crescere e da grande, forse, si sentirà sempre come quell’elefantino incatenato. 

Comprendere precocemente questo stato d’animo del bambino con disturbi dell’apprendimento è fondamentale ed è necessario che l’adulto non solo eviti tutto ciò che può far sentire inadeguato il bambino, ma che intervenga attivamente per preservare l’autostima, che è facilmente suscettibile ai meccanismi dell’impotenza appresa. Inoltre, i bambini con disabilità scolastiche, generalmente, non hanno disabilità intellettive, con ciò intendo dire che spesso hanno un quoziente intellettivo logico-induttivo nella media standard o magari anche superiore, tuttavia, hanno un indice inferiore nella memoria di lavoro o working memory, cioè quella capacità del cervello di mantenere in memoria le informazioni e manipolarle per svolgere un compito.

Essendo la scuola il primo luogo di rappresentazione sociale del bambino, è qui che i bambini con disturbi dell’apprendimento vedono un aggravamento del problema, perché la scuola tende a categorizzare i livelli di acquisizione, a classificare i problemi e, di conseguenza, i bambini. La scuola è, dopo la famiglia, il posto dove si cresce, dove si incontrano tutte le diversità e dove si dovrebbe crescere insieme. È nell’incontro dell’io col tu-diverso da me che io mi conosco.

Per concludere, cosa è “normale”? La normalità è classificata in base a un sistema arbitrario di valutazione di un certo contesto socio-culturale ed è in base a tale contesto che una disabilità o un disturbo viene osservato e viene più o meno stigmatizzato. Per fare solo un esempio, in Perù, sentire le voci non è considerato come disturbo e non viene messo in trattamento, ma viene interpretato come l’essere in contatto con Dio.

Se cambiassimo il punto di vista e pensassimo che, a volte, potrebbe essere “la scuola ad avere una disabilità di insegnamento”?

FONTI:

Prof. Giacomo Stella http://www.nessunoesomaro.it/pensieri/la-storia-dellelefante-incatenato.html

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