News@letter - spazio genitori

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LA STORIA DELL’ELEFANTINO INCATENATO

Una interessante riflessione sul delicato mondo dei bambini con disturbi dell’apprendimento di Ilaria Emiliano, mamma e psicologa.

La storia dell’elefante incatenato di Jorge Bucay racconta di un bambino il quale si domandava perché, fuori dal circo, ci fosse un grande elefante incatenato ad un piccolo palo di legno conficcato nel terreno a pochi centimetri di profondità. L’animale sarebbe stato in grado di sradicare un grande albero, dunque avrebbe potuto liberarsi facilmente da quel paletto e scappare, ma perché non lo faceva? Passò molto tempo prima che un saggio gli desse una risposta convincente: “L’elefante del circo non fugge perché è legato a un paletto simile da quando era molto piccolo”. L’elefante, appena nato, legato a un paletto sicuramente tirava disperatamente cercando di liberarsi, ma quando terminava la giornata doveva essere esausto, perché quel palo era molto più forte di lui. Per molti giorni avrà riprovato ma senza risultato, fino a quando accettò la sua impotenza e si rassegnò al suo destino. Da allora l’elefante aveva impresso il ricordo della sua impotenza, non mise mai più in dubbio quel ricordo e non tornò più a mettere alla prova la sua forza.

uomo elefanteQuesta storia spiega benissimo cos’è l’impotenza appresa: è un modello di comportamento che implica una risposta disadattiva dell’individuo nell’affrontare determinate situazioni; è, in pratica, un atteggiamento passivo di fronte agli ostacoli. Questa teoria psicologica ci spiega il motivo per cui alcune persone, poste continuamente in condizioni di frustrazione per i ripetuti insuccessi nelle proprie azioni, sviluppano la convinzione di non potere intervenire, in alcun modo, per controllare e modificare tali condizioni, nemmeno quando sarebbero oggettivamente in grado di poterlo fare.

Si tratta dello stesso atteggiamento rinunciatario che si osserva in bambini e ragazzi che hanno vissuto ripetuti insuccessi scolastici. Il senso di frustrazione, la rabbia, la tristezza, la convinzione di non essere capaci diventa pessimismo cronico fino a stabilizzarsi in uno stile comportamentale rinunciatario. Il bambino con difficoltà di apprendimento scolastico smetterà di combattere e di sperimentarsi, non vorrà più provare a leggere, a scrivere, a studiare e ciò porterà inevitabilmente a confermare la sua inadeguatezza. Magari non metterà più impegno anche in altre attività extrascolastiche, perché il suo senso di impotenza è diventato pervasivo. Intanto egli continuerà a crescere e da grande, forse, si sentirà sempre come quell’elefantino incatenato.

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LA PANDEMIA COME UNA GUERRA TRA VIRUS E GENERE UMANO. COME FARE LO PSICOLOGO DENTRO LA METAFORA

pandemia

Non potevamo esimerci da una meditazione sulla situazione attuale. Affidiamo questa prima riflessione alle parole di Stefano D’Angela, genitore e psicologo.

Si tratta di un’analogia, più che di una metafora, ma questi sono dettagli. Pensate se, piuttosto che un organismo invisibile che ha un’elevata probabilità di scatenare una brutta malattia, a suggerire di restare in casa a tempo indeterminato fosse un fall-out radioattivo conseguente a un'esplosione nucleare. In tal caso l'esposizione causerebbe malattia e morte certa, a chiunque. Staremmo a parlare di ore d'aria, di stress da convivenza forzata in spazi ridotti, di fitness da conservare, di attività dispensabili o indispensabili, di economia e lavoro da salvare? Certamente no. Se ne occuperebbe interamente il governo (se ne fosse rimasto uno) che per mezzo dell'esercito (se ne fosse rimasto uno) provvederebbe casa per casa a distribuire il cibo e i farmaci, a prelevare i malati, e a tutto quanto fosse necessario ai fini della pura sopravvivenza. Finito il fall-out, la popolazione verrebbe avvertita della possibilità di uscire e tornare alla normalità. Allora, se, come è stato fatto, consideriamo l'emergenza Covid-19 come qualcosa di analogo a una guerra, con tanto di nemico, di soldati, di civili, di morti e di feriti in enormi quantità, allora adattiamoci a diffondere una cultura, un'educazione e una psicologia di guerra!

Sto facendo lo psicologo in questo modo: ai miei pazienti suggerisco di vederla proprio come una guerra, in cui soldati in camice bianco stanno combattendo per difendere il genere umano da un attacco quasi ‘alieno’: molti di loro vengono feriti e molti perdono la vita, mentre i morti e i feriti tra la popolazione civile si contano a centinaia di migliaia, colpiti da bombe biologiche inarrestabili. Le risorse scarseggiano, bisogna stare uniti e riparati, accettando l'emozione della paura e convertendola in accortezza, rispetto delle regole, capacità di privarsi temporaneamente di tante comodità e abitudini non strettamente necessarie. Sto dando forza così, sto bocciando la tendenza a cercare di fare comunque tutto, magari di nascosto e con le solite furbate all'italiana.

Lo sto facendo anche con i bambini: i bambini di oggi, così poco avvezzi a tollerare le benché minime frustrazioni e così poco abituati a vivere nelle ristrettezze, a usare la fantasia e la creatività per giocare, strapieni di oggetti inutili. Loro sono plastici, si adattano, sono davvero i più forti. Non date retta ai miei colleghi che li parificano a cagnolini bisognosi di andar fuori ogni 3 ore.

Lo sto facendo anche con gli adolescenti: i nostri adolescenti, così dipendenti dai dispositivi e dai social, di cui possono scoprire, finalmente, utilizzi non strettamente ludici o da hikikomori. E possono persino arrivare a saturarsi, vivaddio, dell’uso dei devices e dei social e dei selfies e dei games, scoprendo l'interminabile partita a Monopoli a quattro con papà, mamma e sorella. O addirittura scoprendo i fumetti!

Lo sto facendo con gli anziani, i nostri anziani, che mi pare addirittura godano nel rivivere le atmosfere di un'emergenza bellica vera (quella del ‘39-’45), indelebilmente associate all'amore dei propri genitori, dei propri fratelli e sorelle, con i quali la condivisione della sofferenza esaltava i legami affettivi, li rivelava e li imprimeva nella memoria nel loro significato più profondo. Gli anziani, proprio coloro che stanno pagando il prezzo più alto di questa guerra, quando non vengono protetti dalla ferocia dell'infezione per solitudine, per egoismo, per ignoranza o semplice indifferenza da parte di chi dovrebbe aver cura di loro.

Lo sto facendo con i 'fragili', i disabili, i malati, i defedati, facendo loro notare quanto alla natura selvaggia e implacabile di un organismo monocellulare che li aggredisce per primi in quanto più deboli, come un leone farebbe attaccando le gazzelle più lente, si oppone la loro straordinaria importanza umana. Tra noi umani, civili, cristiani, la legge del più forte non esiste, esiste la legge del più debole e del più fragile che deve essere protetto come patrimonio prezioso della nostra evoluzione biologica e culturale.

E allora, coraggio! Siamo in guerra, tutti insieme, tutti i popoli, tutti gli umani contro qualcosa che umano non è, e va sconfitto al prezzo di ogni sacrificio. Chiudiamoci, ripariamoci, aiutiamoci, proteggiamoci così, combattiamo così. Altro che claustrofobia, passeggiate antistress, ore d’aria, noia insopportabile, crisi coniugali (che si manifestano con o senza quarantene), scappatoie da furbetti. Questo stress è buono, è salvifico, è cristiano, è sostenibile. E fa vincere questa guerra.

IL DOCENTE DI SOSTEGNO CHE INSEGNA A VOLARE

colombaUna nuova riflessione grazie alla penna frizzante di Tiziana Anna Piscitelli che, da insegnante, accende i riflettori su una figura importante nel sistema scolastico: l’insegnante di sostegno.

Premessa:

1- il docente di sostegno (che sarebbe il caso di chiamare docente specializzato poiché ha un titolo IN PIÙ rispetto agli altri, quindi decisamente non è di “serie B”, anzi) non è l’insegnante di un/una solo/a alunno/a ma è assegnato alla classe;

2- il docente di sostegno non DEVE uscire dall’aula per consentire “a tutti gli altri” di andare avanti (perché anche l’alunno diversabile fa parte del gruppo classe e l’obiettivo di TUTTI i docenti DEVE essere quello di portare TUTTI gli alunni al successo formativo – come sottolineato nelle indicazioni nazionali), ma PUÒ recarsi in un ambiente con strumenti didattici più adeguati all’apprendimento di un determinato contenuto e competenza per l’alunno in difficoltà;

3-il docente di sostegno non è un baby-sitter, né l’“assistente” di qualcuno: il suo compito (lo dice la parola stessa) è INSEGNARE, supportando l’azione didattica dei colleghi disciplinaristi;

4-ebbene sì, il docente di sostegno può “mettere voti” a tutti gli alunni della classe (nelle opportune condizioni, naturalmente) e anzi, a dirla tutta, è l’insegnante che trascorre più tempo di tutti in una classe, per cui davvero ha il polso della situazione nella maggior parte delle materie come nessun’altro.

Se non concordate su questi quattro punti (peraltro indicazioni ministeriali, legislative, oltre che pedagogiche e didattiche) non procedete oltre nella lettura. Anzi no, forse proprio se non siete d’accordo può esservi utile questa piccola riflessione, fatta da chi ha insegnato alcuni anni “su” sostegno. Non so se è da considerarsi una missione ma la verità è che l’insegnante di sostegno è uno e trino: sostiene la classe (spesso ne diventa il punto di riferimento, lì dove è stabile negli anni) compreso/a l’alunno/a diversabile, gli altri professionisti (colleghi, educatori, gruppo di inclusione scolastica) nell’azione didattica, la famiglia che per varie ore del giorno affida e si fida di un estraneo caricandolo di aspettative (talvolta un po’ ansiogene) ma di grande stima lì dove il rapporto di collaborazione è saldo e sinergico.

Qui non si tratta di sostituirsi alla mamma o a chissà quale altra figura. Il docente è un professionista e come tale deve agire e, per sintetizzarne le modalità, è bello riprendere la storia scritta da un grande autore, ultimamente purtroppo ritrovatosi sui giornali in quanto affetto dal tristemente noto Coronavirus, Luis Sepùlveda:

“Volare mi fa paura” stridette Fortunata [la gabbianella] alzandosi. “Quando succederà, io sarò accanto a te” miagolò Zorba leccandole la testa.

La rivoluzione dell'ICF

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Una approfondita riflessione rispetto al linguaggio: una forma che è sostanza. Questa volta dal punto di vista medico, grazie a Stefano D'Angela.

È il 22 maggio 2001, quando l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel corso della sua cinquantaquattresima Assemblea, approva definitivamente lo strumento della Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. Anglicisti e anglofili come siamo un po’ tutti (non sempre giustificatamente), lo conosciamo meglio come International Classification of Functioning (ICF). Ben ventuno anni erano serviti a revisionare e soppiantare la desueta Classificazione Internazionale delle Menomazioni e degli Handicap (ICIDH), che rispondeva ai vecchi criteri di discriminazione della persona 'portatrice di handicap’, vista come un problema personale, un deficit strutturale, non addebitabile se non all'individuo stesso.

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E POI ARRIVI TU…E CI SCONVOLGI…

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Dall’esperienza di Mariangela Taccogna, il racconto delle emozioni e dell’amore che va oltre ogni limite.

La mia migliore amica è incinta: è il suo primo figlio. Siamo tutti in fibrillazione per questo che è il primo “nipote”.

Arriva il grande giorno: è un pacioccone biondo con gli occhi chiari. “Sarà uno sciupafemmine” decreto.

I giorni passano e le tabelle di riferimento dei progressi di un bambino (maledetto concetto di standard, di normalità…!) mentono.

“E’ solo pigro: riuscirà a stare seduto dritto presto”. “Parlerà: sta solo accumulando vocaboli nella sua testolina”.

Ci illudevamo. Non volevamo vedere.

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DIVERSA-ABILITA’: UN ALTRO MODO DI VEDERE LE COSE

Avviamo oggi un nuovo argomento che approfondiremo, come sempre, grazie all’aiuto di alcuni genitori: la diversabilità.

La storia della nostra lingua ha percorso tanta strada e ci ha aiutato, anche attraverso il linguaggio, a cogliere le sfumature e ad avere un approccio più efficace. Sono finiti i tempi in cui si parlava di “handicap” e oggi la sensibilità comune ci invita a pensare alla “dis-abilità” non più come una diminuzio, ma come una “diversa-abilità”, un modo diverso di approcciarsi alla realtà.
Tanti sono gli esempi di successo (il mondo dello sport in particolare ne è pieno) che ci incoraggiano in questa direzione.
Cercheremo di raccontare le nostre esperienze, il punto di vista dell’esperto, approfondire l’approccio scolastico.
Per iniziare, vi suggeriamo di guardare uno (o più) dei film indicati al link che segue: scoprirete un mondo più vicino di quello che sembra…

https://didatticapersuasiva.com/dida…/spiegare-la-disabilita

LEGAMI SOCIALI E RETI DI SUPPORTO

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Ultimo approfondimento sul tema a cura di Mariangela Taccogna: allarghiamo lo sguardo ai legami sociali e alla rete delle relazioni che spesso ci supportano nei momenti di difficoltà.

“Va tutto bene” e poi lo sguardo si fa cupo e la voce trema.

Quante volte la risposta al “come va?” è quella di routine, quella che ci si aspetta. Vuota di significato. Ma il corpo non mente e la richiesta d’aiuto passa dalle mani che tremano o dagli occhi che si riempiono di lacrime. Impercettibilmente, visibile solo ad un occhio attento.

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L’amicizia e il tè

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Tra social e stati di whatsapp se ne vedono di citazioni di fuffologia sull’amicizia. Ma la filosofia è diversa, indica una direzione e apre riflessioni (che, appunto, ci riflettono), non qualche frase sparata lì in cui pensiamo di ritrovarci.

Gli antichi avevano un concetto dell’amicizia molto più esteso del nostro, come uno dei filosofi per eccellenza delinea, inchiodandone per sempre il senso, i nessi e le prospettive: Aristotele.

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LE RELAZIONI FAMILIARI: LA PRIMA SCUOLA DI VITA

famiglia 1I legami familiari sono le nostre radici. L’approfondimento è a cura della nostra mamma psicologa Ilaria Emiliano.

Le relazioni familiari sono la nostra prima scuola di apprendimento per qualsiasi altra relazione, è il primo “luogo” in cui impariamo a relazionarci con qualcuno separato e diverso da noi.

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L’AMORE NEGLI ADOLESCENTI E...NON SOLO

amore negli adolescentiAncora una riflessione, a cura di Stefano D’Angela, per allargare il nostro orizzonte dei legami, sfiorando un tema delicato e sempre attuale: l’amore.

L'adolescente ha bisogno, a differenza del bambino, di sentirsi importante, valido, considerato alla pari dagli adulti oltre che dai suoi coetanei. È un bisogno psicologico naturale, che aumenta in misura proporzionale all'accrescimento corporeo e dunque all'avvicinamento dimensionale del proprio al corpo di quelli che prima erano giganti plenipotenziari nella sua vita: i genitori, i maestri, gli insegnanti, gli adulti in genere. Quelli percepiti dal bambino come divinità assolute, produttori del giorno e della notte, protettori da tutti i pericoli, soddisfacitori di tutti i bisogni, curatori di tutti i malesseri, dal ragazzo cominciano a essere visti come fisicamente simili, raggiungibili, persino superabili.

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I NONNI. QUEI LEGAMI CHE RACCONTANO LE RADICI…

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Chi non si è mai trovato a ripetere le parole dei propri genitori? O a duplicare i loro atteggiamenti? Anche quelli che mai e poi mai avremmo detto o fatto…

Eravamo figli e tante volte abbiamo giurato che saremmo stati diversi dai nostri genitori. Che non ci saremmo comportati come loro. Che mai avremmo ripetuto le loro frasi.

E invece ci ritroviamo, con i nostri figli, a fare esattamente le stesse cose. A dire esattamente le loro stesse parole.

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LEGAMI. OVVERO RELAZIONI.

legamirelazioni“Alla fine della giornata, una famiglia amorevole dovrebbe trovare tutto perdonabile” (M. V. Olsen)

“La famiglia è l’unica cosa che si adatta ai nostri bisogni” (P. McCartney)

Anno nuovo ed argomento nuovo. Cogliamo l’occasione per rinnovare gli auguri a tutti voi, il tema che abbiamo pensato di sviluppare è quello dei legami. Le citazioni introduttive a questo breve articolo non sono sintomatiche dei tanti risvolti che questo tema comporta.

I legami possono essere intesi certamente come relazioni familiari, sentimenti nobili quali l’amicizia, ma anche l’amore adolescenziale, il rapporto con i nonni ed altre sfaccettature legate a questi ambiti, quali possono essere, ad esempio, la creazione di una rete di supporto nelle situazioni difficili che tutti noi dobbiamo affrontare prima o poi nella vita.

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PUNIZIONI E PREMI: COME NON CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA MORALE DI UN ESSERE UMANO (parte II)

immginearticolodi Ilaria Emiliano, psicologa.

Insieme alle punizioni, il secondo metodo educativo legato al principio dell’“amore condizionato” (concetto che può essere riassunto nella frase “io ti amo per quello che fai, non per quello che sei”) è il rinforzo positivo cioè i premi, metodo che gode di popolarità tra genitori, insegnanti e operatori che lavorano con i bambini.

Nella nostra società, al lavoro, a scuola e in famiglia esistono essenzialmente due sistemi per far sì che chi ha più potere riesca a ottenere l’obbedienza di chi ne ha meno. Il primo è punire la disobbedienza, il secondo è premiare l’obbedienza. Il premio può essere in denaro o sotto forma di privilegio, una stelletta d’oro, una caramella o una figurina, ma anche la lode a scuola. Per comprendere bene il significato della parola “bravo!” per i nostri figli è bene comprendere l’intera filosofia del bastone e della carota che ad esso sottende.

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E se bastasse un sorriso?

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Continua la nostra riflessione sul tema “Premi e punizioni” con una breve riflessione nata dall’esperienza personale di Mariangela Taccogna.

E SE BASTASSE UN SORRISO?

Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? (Gianni Rodari).

Il rinforzo positivo (il premio) per un comportamento corretto è una pratica assai divertente.

Già...meglio una grassa risata insieme che urla disumane per tutta la casa...

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PUNIZIONI E PREMI: COME NON CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA MORALE DI UN ESSERE UMANO (parte I)

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di Ilaria Emiliano, psicologa.

“Chi punisce arreca una sofferenza perché se ne tragga un insegnamento.”

In uno studio (Sears et al., 1957) si ebbe conferma che le punizioni si dimostravano un metodo inefficace nel lungo periodo per la rimozione del comportamento al quale veniva rivolto. Studi più recenti e organizzati hanno rafforzato tali conclusioni, rivelando come i genitori che puniscono i figli per aver infranto le regole a casa si ritrovavano spesso con figli che hanno una forte tendenza a infrangere le regole fuori casa. In seguito, un gran numero di studi ha dimostrato gli effetti devastanti delle punizioni corporali che addirittura aumentano l’aggressività del bambino e non risulta neanche chiaro se di fatto ottengano un’obbedienza temporanea. La lezione che imparano i figli se subiscono punizioni, corporali e non, è che “usando la forza si può averla vinta su chi è più debole”.

Anche spiegando anticipatamente a nostro figlio che se farà una certa cosa noi lo puniremo, non avremo fatto altro che minacciarlo, informandolo in anticipo della sofferenza che intendiamo arrecargli se non obbedirà. Così inviamo un messaggio di sfiducia “io non credo che sarai in grado di fare la cosa giusta senza il timore di una punizione”. Questo induce il bambino a credersi capace di obbedire solo per ragioni estrinseche, accentuandone il senso di impotenza e diminuendone l’autostima.

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Geni.a - un anno di iniziative

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Premi e punizioni: il bastone e la carota nell’era di Internet

Qual è il miglior metodo educativo per i nostri figli? Molti di noi, sull’adagio di parole ascoltate da genitori e nonni, hanno adottato, anche inconsapevolmente, il metodo premi-punizioni.

Quali possono essere i premi e le punizioni per indurre i ragazzi a studiare e tenere un comportamento corretto al giorno d’oggi?

Nelle prossime settimane cercheremo di fare il punto su questi argomenti che interessano tutti noi genitori con l’aiuto di esperti del settore, anch’essi genitori di ragazzi frequentanti il nostro istituto comprensivo.

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LA PUNIZIONE COME STRUMENTO EDUCATIVO (Parte Seconda)

 

di Stefano D’Angela

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La punizione deve arrivare sempre e senza eccezioni dopo il comportamento che si vuol ridimensionare. O, almeno, la contingenza aversiva deve intervenire secondo una ragione costante. Tanto, perché occorre che la sequenza si ripeta più volte prima che il cambiamento cominci a manifestarsi nella direzione voluta.

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LA PUNIZIONE COME STRUMENTO EDUCATIVO (Parte Prima)

 

di Stefano D’Angela

Non è più molto frequente che gli educatori sostengano l'utilità dei mezzi punitivi in ambito educativo. Bambini e ragazzi costituiscono ormai una categoria sociale superprotetta, rispetto ai i tempi in cui la sofferenza e la mortalità infantile erano prese come normali accidenti della vita familiare. Oggi, ogni notizia di azione punitiva o coercitiva, se consumata, usata o abusata ai danni di un minore, suona come un grave disattendimento morale. L'uso della punizione come tecnica educativa, pur di antichissima tradizione (la ferula era nelle mani di tutti i maestri dell'antica Roma), è generalmente condannato. Ciò nonostante resta ancora viva la formula del buon senso popolare, secondo cui è giusto un misurato esercizio della punizione quando ogni altro mezzo si riveli inefficace.

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L'esperienza del 'bello' in psicoanalisi: l'articolo della newsletter "Spazio Genitori" di questa settimana

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Ricerca del bello. Ma cos'è il bello nella psicanalisi, in questo studio che scava nella mente umana incessantemente? Cosa è "attraente"? Ce lo spiega Stefano D'Angela.

“Da un bel corpo, ai bei corpi, da questi verso le anime, quindi verso ciò che è bello nelle maniere di vita, alle leggi, nelle conoscenze, fino alla sfera ormai ampia del bello”. È questa una delle affermazioni portanti del pansessualismo freudiano applicato all’estetica?

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La bellezza NON esiste: il nuovo, provocatorio articolo della newsletter "Spazio genitori"

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Con questo titolo provocatorio Tiziana Anna Piscitelli ci fa riflettere su cosa significa la bellezza, se riusciamo a ri-conoscerla e liberarla... 
 
Non esiste la bellezza né i suoi “derivati”: la bellezza è negli altri che ci liberano e consentono a persone e cose di “liberare” la propria irripetibilità. Perché è l’unicità che fa la bellezza.

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"Bello ritrovarsi": l'articolo di questa settimana della newsletter Spazio Genitori

IMG 6642Bellezza è stupore. Riconoscere quanta strada si è fatto e avere voglia di non fermarsi. Grazie a Cristina Nardulli per le sue parole che raccontano di ciascuno di noi.IMG 6644

L'altro giorno sbirciavo per caso tra le carte impolverate de 'I miei ricordi'. Fascia post-adolescenziale, quella di passaggio dal "No a prescindere" al "Forse mi sbagliavo", per intenderci. A quei tempi amavo sciorinare i miei pensieri su fogli svolazzanti che a fatica tenevo insieme in una raccolta.

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Siamo ancora in grado di vedere la "vera Bellezza"? : il nuovo articolo della newsletter Spazio Genitori

IMG 6544Approfondiamo le nostre riflessioni sul tema, con il prezioso aiuto di Ilaria Emiliano.

In questo mondo riusciamo ancora a trovare ed apprezzare la bellezza che, nonostante tutto, ci circonda?

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Ho trovato la bellezza: il nuovo articolo della newsletter "Spazio genitori"

FB IMG 1555308665956Dov’è la bellezza? Prova a rispondere Mariangela Taccogna, a partire dalla sua personalissima esperienza.
 
“Il mistero della vita sta nella ricerca della bellezza” (Billy Wilder). E io l’ho cercata. Ecco alcuni luoghi (soprattutto dell’anima) nei quali l’ho trovata…

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La bellezza salverà il mondo: il tema del mese della newsletter "Spazio genitori"

bellezza titoloCon l’articolo che segue, inauguriamo il nuovo tema che vogliamo approfondire nelle prossime settimane: “la bellezza salverà il mondo”. Grazie ad Angelo Fabrizio-Salvatore per questa interessante introduzione.

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Newsletter "Spazio genitori": Lettera a mio figlio adolescente

image1L’ultimo articolo sul tema è affidato a Cristina Nardulli, mamma di figlio adolescente. La sua lettera esprime i timori e le gioie di ogni mamma che vede il proprio figlio trasformarsi in un uomo.

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Ti guardo. Dal basso verso l'alto: sei diventato quanto me. Le mie spalle sono dritte e fiere, ora, quando ti bacio la fronte.

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Genitori: la libertà di diventarlo, l'obbligo di "esserlo" - Newsletter "Spazio genitori"

FB IMG 1552919225287Una nuova riflessione di una madre avvocato, Carmela Martiradonna, tra libertà e obbligo della genitorialità.
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Genitori non si nasce!
Da sempre si parla del diritto di diventare genitore, ma cosa accade subito dopo esserlo diventato?
Si parla dei doveri dei genitori nei confronti dei figli, ma in cosa consistono?
“I genitori hanno l’obbligo di mantenere, istruire ed EDUCARE i figli”. Questo recita la legge.

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Essere padri di adolescenti - Newsletter "Spazio genitori"

silhouette 1082129 1920* di Stefano D’Angela
 
Seduti sul divano, alle otto di sera, con facoltà di poggiare i piedi, senza neanche sfilarli dalle pantofole, sul prezioso tavolino in cristallo con ruote industriali firmato Gae Aulenti. Si può fare, mamma è andata a prelevare la figlia più piccola dal corso di pianoforte e tornerà non prima di mezzora.

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Io, figlio desiderato. Non biologico ma voluto - Newsletter "Spazio genitori"

padre figlio*di Mariangela Taccogna

L'articolo che segue è il risultato di numerose chiacchierate con mio marito, figlio adottivo, riguardo la sua “condizione esistenziale”. Ho provato a raccogliere i suoi pensieri e a trasferirli in un flusso organico di riflessioni, che raccontano la sua esperienza. Un’esperienza che condivido ogni giorno ormai da quasi 17 anni e che mi ha permesso di maturare una prospettiva nuova sulla vita e sull’essere genitori. Ve la propongo.

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Newsletter "Spazio genitori": Gli insegnanti non sono genitori

woman 3169680 1280Prima si chiamava “scuola materna”, quasi si dovesse continuare a scuola un rapporto iniziato con la mamma e poi bruscamente interrotto dall’inizio della scuola. Quasi che la scuola strappi il figlio agli affetti, allo “stare meglio coi genitori”. Gli insegnanti non sostituiscono la famiglia, sebbene alcuni genitori sembrerebbero delegare alla scuola i più svariati compiti: accudire, istruire, correggere, comprendere, risolvere i problemi più disparati, sensibilizzare e chi più ne ha più ne metta.

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